Pagina:Il tesoro.djvu/246

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 236 —


Agada, deposto il paiolino dell’acqua tiepida in mezzo alla stanza, cominciò a slegarsi il grembiule. Vedendo suo marito andar su e giù sbuffando, gli chiese:

— Cos’hai?

Allora egli le si piantò davanti, e fissandola in volto, e sollevando un angolo della bocca con amaro sogghigno, disse:

— Cosa ho? Te lo dirò ora. Ho due cose. La prima, che sono minacciato di morte....

— Da chi? — domandò ella turbata.

— Ne so molto io da chi! Cioè, sì, lo so benissimo, ma tu stessa l’indovini. Vicino alla capanna del chiuso oggi ho trovato una fossa scavata, e una croce piantata vicino.1

— E tu cos’hai fatto? — chiese Agada con gli occhi pieni di paura.

Salvatore si mise a ridere, ma d’un riso amaro, a bocca chiusa.

— Cosa ho fatto? Ho riempito la fossa, e ci ho seppellita la croce. Sta quieta, donna! Salvatore Brindis non morrà che per mano di Dio, il più tardi possibile. Io me ne infischio altamente di Scoppetta, che la giustizia lo abbruci! (Agada aveva già capito che la minaccia proveniva dal bandito). Ma c’è un’altra storia che mi interessa. Ti ricordi, una notte io ti dissi di

  1. Modo con cui il nemico sardo vi annunzia: — Ti ucciderò!