Pagina:Il tesoro.djvu/256

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E credè di calmarsi, di considerare con indulgenza gli avvenimenti; ma non potè ritornare in casa Brindis, pur sentendo a quanto danno materiale e morale andasse incontro. Uscito dall’ambiente suggestivo di casa sua, fu ripreso dalle cattive sensazioni di collera, e ritornandovi, la impressione dolente e buona del passato si fece più tenue, più vaga, finchè scomparve del tutto.

Ma passò una triste notte. Domenico piangeva domandando di Cicchedda; egli s’irritò contro di lei, che gli causava tanti malanni, poi sentì quanto anch’ella dovesse soffrire, e ne ebbe compassione. Cercò di chetare il bimbo, lo minacciò, lo battè leggermente; ma solo la stanchezza ed il sonno calmarono Domenico, e anche dormendo, con la guancia ancora bagnata da una lagrima, le sue labbra di corallo tremavano, e un lieve singulto lo agitava.

Il padre lo guardò a lungo, sorrise vedendo il piccolo volto così atteggiato, ma poi si rattristò: nello strazio sottile dell’insonnia, i ricordi più amari, i particolari più umilianti e tristi della sua vita lo assalirono.

L’indomani mattina Domenico ricominciò a piangere non vedendo Cicchedda, nè le zie. Dov’erano andate? Perchè tutto cambiava intorno a lui? Anche il suo cervellino si smarriva e si rattristava.

Alessio lo riportò dalla vecchia parente, che