Pagina:Il tesoro.djvu/287

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pace in alcun modo. Fino a tarda ora restò sul davanzale, davanti alla profonda notte stellata, i cui profumi misteriosi le recavano come il soffio d’ignote memorie.

Ricordava mille particolari, sempre sfuggiti alla sua cieca adorazione, e pensava al suo continuo timore, che le aveva impedito di rivelare intera la sua passione a Paolo; e pensava all’occulto invisibile ostacolo che sempre l’aveva divisa da lui.

Era dunque un presentimento, una voce di Dio? Era l’altra che si frapponeva spiritualmente fra loro e ora li divideva per sempre, per l’eternità?

E le stelle, le grandi stelle che dall’alto avevano limpidamente guardato l’incanto del suo poema, ora piovevano lagrime d’oro sul suo strazio, e il giardinetto sognava nell’oscurità calda della notte, velato da un mistero di dolore.

Verso l’alba, più che addormentarsi, cadde in un torpore anche fisicamente doloroso, e sogni confusi la tormentarono.

L’indomani, una giornata di caldo asfissiante, vagò per la casa, come un’anima in pena, senza trovar pace, pallida e con gli occhi cerchiati di grigio: aveva nascosto la lettera e avrebbe voluto non rivederla mai più, per non ricordare neppure la sensazione angosciosa provata nel leggerla, e andava ripetendo fra sè con una strana insistenza autosuggestiva: Ogni cosa è finita!