Pagina:Iliade (Monti).djvu/103

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92 iliade v.287

Le dilette lor mogli in un co’ figli
Noi nosco condurremo, Ilio distrutto.
   Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
Della battaglia, con irati accenti290
Li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,
O guerrier da balestra, o vitupéri!
Non vi prende vergogna? A che vi state
Istupiditi come zebe, a cui,
Dopo scorso un gran campo, la stanchezza295
Ruba il piede e la lena? E voi del pari
Allibiti al pugnar vi sottraete.
Aspettate voi forse che il nemico
Alla spiaggia s’accosti ove ritratte
Stan sul secco le prore, onde si vegga300
Se Giove allor vi stenderà la mano?
Così imperando trascorrea le schiere.
   Venne ai Cretesi; e li trovò che all’armi
Davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenéo. Per vigoría di forze305
Pari a fiero cinghiale Idomenéo
Guidava l’antiguardia, e Merïone
La retroguardia. Del vederli allegro
Il sir de’ forti Atride al re cretese
Con questo dolce favellar si volse:310
   Idomenéo, te sopra i Dánai tutti
Cavalieri veloci in pregio io tegno,
Sia nella guerra, sia nell’altre imprese,
Sia ne’ conviti, allor che ne’ crateri
D’almo antico lïeo versan la spuma315
I supremi tra’ Greci. Ove degli altri
Chiomati Achivi misurato è il nappo,
Il tuo del par che il mio sempre trabocca,
Quando ti prende di bombar la voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti mostra320