Pagina:Iliade (Monti).djvu/108

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v.457 libro quarto 97

Di che paventi? Perché guardi intorno
Le scampe della pugna? Ah! non solea
Così Tidéo tremar; ma precorrendo
D’assai gli amici, co’ nemici ei primo460
S’azzuffava. Ciascun che ne’ guerrieri
Travagli il vide, lo racconta. In vero
Nè compagno io gli fui nè testimone,
Ma udii che ogni altro di valore ei vinse.
Ben coll’illustre Polinice un tempo465
Senz’armati in Micene ospite ei venne,
Onde far gente che alle sacre mura
Li seguisse di Tebe, a cui già mossa
Avean la guerra; e ne fêr ressa e preghi
Per ottenerne generosi aiuti;470
E volevam noi darli, e la domanda
Tutta appagar; ma con infausti segni
Giove da tanto ne distolse. Or come
Gli eroi si fûro dipartiti e giunti
Dopo molto cammino al verdeggiante475
Giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe
Spedîr Tidéo gli Achivi. Andovvi, e molti
Banchettanti Cadmei trovò del forte
Eteócle alle mense. In mezzo a loro,
Quantunque estrano e solo, il cavaliero480
Senza punto temer tutti sfidolli
Al paragon dell’armi, e tutti ei vinse,
Col favor di Minerva. Irati i vinti
Di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,
Gli posero un agguato. Eran lor duci485
L’Emonide Meone, uom d’almo aspetto,
E d’Autofano il figlio Licofonte,
Intrepido campion. Tidéo gli uccise
Tutti, ed un solo per voler de’ numi,
Il sol Meone rimandonne a Tebe.490