Pagina:Iliade (Monti).djvu/109

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98 iliade v.491

Tal fu l’etólo eroe, padre di prole
Miglior di lingua, ma minor di fatti.
   Non rispose all’acerbo il valoroso
Tidíde, e rispettò del venerando
Rege il rabbuffo; ma rispose il figlio495
Del chiaro Capanéo, dicendo: Atride,
Non mentir quando t’è palese il vero.
Migliori assai de’ nostri padri a dritto
Noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette
Porte espugnammo: e nondimen più scarsi500
Eran gli armati che guidammo al sacro
Muro di Marte, ne’ divini auspíci
Fidando e in Giove. Per l’opposto quelli
Peccâr d’insano ardire e vi periro.
Non pormi adunque in onor pari i padri.505
   Gli volse un guardo di traverso il forte
Tidíde, e ripigliò: T’accheta, amico,
Ed obbedisci al mio parlar. Non io,
Se il re supremo Agamennóne istiga
Alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.510
Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,
Noi la sacra cittade espugneremo,
E suo, se spenti noi cadremo, il lutto.
Dunque a dar prove di valor si pensi.
   Disse, e armato balzò dal cocchio in terra.515
Orrendamente risonâr sul petto
L’armi al re concitato, a tal che preso
N’avría spavento ogni più fermo core.
Siccome quando al risonante lido,
Di Ponente al soffiar, l’uno sull’altro520
Del mar si spinge il flutto; e prima in alto
Gonfiasi, e poscia su la sponda rotto
Orribilmente freme, e intorno agli erti
Scogli s’arriccia, li sormonta, e in larghi