Pagina:Iliade (Monti).djvu/113

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102 iliade v.627

E lo cansâr; ma quegli il telo a vôto
Non sospinse, e ferì Democoonte,
Priamide bastardo che d’Abido
Con veloci puledre era venuto.630
A costui fulminò l’irato Ulisse
Nelle tempie la lancia; e trapassolle
La ferrea punta. Tenebrârsi i lumi
Al trafitto che cadde fragoroso,
E cupo gli tonâr l’armi sul petto.635
   Rinculò de’ Troiani, al suo cadere,
La fronte, rinculò lo stesso Ettorre;
Dier gli Argivi alte grida, ed occupati
I corpi uccisi, s’avanzâr di punta.
Dalla rocca di Pergamo mirolli640
Sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri
Con gran voce gridò: Fermo tenete,
Valorosi Troiani, ed agli Achei
Non cedete l’onor di questa pugna,
Chè nè pietra nè ferro è la lor pelle645
Da rintuzzar delle vostr’armi il taglio.
Non combatte qui, no, della leggiadra
Tétide il figlio: non temete; Achille
Stassi alle navi a digerir la bile.
   Così dall’alto della rocca il Dio650
Terribile sclamò. Ma la feroce
Palla, di Giove glorïosa figlia,
Discorrendo le file inanimava
Gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.
Qui la Parca allacciò l’Amarancíde655
Dïore. Un’aspra e quanto cape il pugno
Grossa pietra il percosse alla diritta
Tibia presso il tallone, e feritore
Fu l’Imbraside Piro che de’ Traci
Condottiero dall’Eno era venuto.660