Pagina:Iliade (Monti).djvu/117

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106 iliade v.14

Di due prodi figliuoi mastri di guerra
Fegéo nomati e Idéo. Precorsi agli altri15
Si fêr costoro incontro a Dïomede,
Essi sul cocchio, ed ei pedone: e a fronte
Divenuti così, scagliò primiero
La lung’asta Fegéo. L’asta al Tidíde
Lambì l’omero manco, e non l’offese.20
Col ferrato suo cerro allor secondo
Mosse il Tidíde, nè di mano indarno
Il telo gli fuggì, chè tra le poppe
Del nemico s’infisse, e dalla biga
Lo spiombò. Diede Idéo, visto quel colpo,25
Un salto a terra, e in un col suo bel carro
Smarrito abbandonò la pia difesa
Dell’ucciso fratel. Nè avría schivato
Perciò la morte; ma Vulcan di nebbia
Lo ricinse e servollo, onde non resti30
Il vecchio padre desolato al tutto.
Tolse i destrieri il vincitore, e trarli
Da’ compagni li fece alle sue navi.
   Visti i due figli di Darete i Teucri
L’un freddo nella polve e l’altro in fuga,35
Turbârsi; e la glaucopide Minerva
Preso per mano il fero Marte disse:
O Marte, Marte, esizïoso Iddio
Che lordo ir godi d’uman sangue e al suolo
Adeguar le città, non lasceremo40
Noi dunque battagliar soli tra loro
Teucri ed Achei, qualunque sia la parte
Cui dar la palma vorrà Giove? Or via
Ritiriamci, evitiam l’ira del nume.
   In questo favellar trasse la scaltra45
L’impetuoso Dio fuor del conflitto,
E su la riva riposar lo fece