Pagina:Iliade (Monti).djvu/124

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v.252 libro quinto 113

Or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo
Undici ne lasciai nel patrio tetto
Di fresco fatti e belli, e di cortine
Ricoperti, con due d’orzo e di spelda255
Ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
E sì che il giorno ch’io partii, gli eccelsi
Nostri palagi abbandonando, il veglio
Guerriero Licaon molti ne dava
Prudenti avvisi, e mi facea precetto260
Di guidar sempre mai montato in cocchio
Le troiane coorti alla battaglia.
Certo era meglio l’obbedir; ma, folle!
Nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,
Temendo che assueti a largo pasto265
Di pasto non patissero difetto
In racchiusa città. Lasciáili adunque,
E pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
Posta nell’arco che giovarmi poscia
Dovea sì poco. Saettai con questo270
Due de’ primi, l’Atride ed il Tidíde,
E ferii l’uno e l’altro, e il vivo sangue
Ne trassi io sì, ma n’attizzai più l’ira.
In mal punto spiccai dunque dal muro
Gli archi ricurvi il dì che al grande Ettorre275
Compiacendo qua mossi, e de’ Troiani
Il comando accettai. Ma se redire,
Se con quest’occhi riveder m’è dato
La patria, la consorte e la sublime
Mia vasta reggia, mi recida ostile280
Ferro la testa, se di propria mano
Non infrango e non getto nell’accese
Vampe quest’arco inutile compagno.
   E al borïoso il duce Enea: Non dire,
No, questi spregi. Della pugna il volto285