Pagina:Iliade (Monti).djvu/126

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v.320 libro quinto 115

Mio diletto Tidíde, a pugnar teco320
Veggo pronti venir due di gran nerbo
Valorosi guerrier, l’uno il famoso
Pandaro arciero che figliuol si vanta
Di Licaone, e l’altro Enea che prole
Vantasi ei pur di Venere e d’Anchise.325
Su, presto in cocchio; ritiriamci, e incauto
Tu non istarmi a furïar tra i primi
Con sì gran rischio della dolce vita.
Bieco guatollo il gran Tidíde, e disse:
Non parlarmi di fuga. Indarno tenti330
Persuadermi una viltà. Fuggire
Dal cimento e tremar, non lo consente
La mia natura: ho forze intégre, e sdegno
De’ cavalli il vantaggio. Andrò pedone,
Quale mi trovo, ad incontrar costoro;335
Chè Pallade mi vieta ogni paura.
Ma non essi ambedue salvi di mano
Ci scapperan, dai rapidi sottratti
Lor corridori, ed avverrà che appena
Ne scampi un solo. Un altro avviso ancora340
Vo’ dirti, e tu non l’obblïar. Se fia
Che l’alto onore d’atterrarli entrambi
La prudente Minerva mi conceda,
Tu per le briglie allora i miei cavalli
Lega all’anse del cocchio, e ratto vola345
Ai cavalli d’Enea, e dai Troiani
Via te li mena fra gli Achei. Son essi
Della stirpe gentil di quei che Giove,
Prezzo del figlio Ganimede, un giorno
A Troe donava; nè miglior destrieri350
Vede l’occhio del Sole e dell’Aurora.
Al re Laomedonte il prence Anchise
La razza ne furò, sopposte ai padri