Pagina:Iliade (Monti).djvu/128

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v.388 libro quinto 117

E le forze e la vita. Enea temendo
In man non caggia degli Achei l’ucciso,
Scese, e protesa a lui l’asta e lo scudo390
Giravagli dintorno a simiglianza
Di fier lïone in suo valor sicuro;
E parato a ferir qual sia nemico
Che gli si accosti, il difendea gridando
Orribilmente. Diè di piglio allora395
Ad un enorme sasso Dïomede
Di tal pondo, che due nol porterebbero
Degli uomini moderni; ed ei vibrandolo
Agevolmente, e solo e con grand’impeto
Scagliandolo, percosse Enea nell’osso400
Che alla coscia s’innesta ed è nomato
Ciotola. Il fracassò l’aspro macigno
Con ambi i nervi, e ne stracciò la pelle.
Diè del ginocchio al grave colpo in terra
L’eroe ferito, e colla man robusta405
Puntellò la persona. Un negro velo
Gli coperse le luci, e qui pería,
Se di lui tosto non si fosse avvista
L’alma figlia di Giove Citerea
Che d’Anchise pastor l’avea concetto.410
Intorno al caro figlio ella diffuse
Le bianche braccia, e del lucente peplo
Gli antepose le falde, onde dall’armi
Ripararlo, e impedir che ferro acheo
Gli passi il petto e l’anima gl’involi.415
   Mentre al fiero conflitto ella sottragge
Il diletto figliuol, Sténelo il cenno
Membrando dell’amico, ne sostiene
In disparte i cavalli, e prestamente
All’anse della biga avviluppate420
Le redini, s’avventa ai ben chiomati