Pagina:Iliade (Monti).djvu/132

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
v.524 libro quinto 121

E scellerato il feritor che d’ogni
Nefario fatto si fea beffe, osando525
Fin gli abitanti saettar del cielo.
Oggi contro te pur spinse Minerva
Il figlio di Tidéo. Stolto! chè seco
Punto non pensa che son brevi i giorni
Di chi combatte con gli Dei: nè babbo530
Lo chiameran tornato dalla pugna
I figlioletti al suo ginocchio avvolti.
Benchè forte d’assai, badi il Tidíde
Ch’un più forte di te seco non pugni;
Badi che l’Adrastina Egïaléa,535
Di Dïomede generosa moglie,
Presto non debba risvegliar dal sonno
Ululando i famigli, e il forte Acheo
Plorar che colse il suo virgineo fiore.
   In questo dir con ambedue le palme540
La man le asterse dal rappreso icóre,
E la man si sanò, queta ogni doglia.
Riser Giuno e Minerva a quella vista,
E con amaro motteggiar la Diva
Dalle glauche pupille il genitore545
Così prese a tentar: Padre, senz’ira
Un fiero caso udir vuoi tu? Ciprigna
Qualche leggiadra Achea sollecitando
A seguir seco i suoi Teucri diletti,
Nel carezzarla ed acconciarle il peplo,550
A un aurato ardiglione, ohimè! s’è punta
La dilicata mano. - Il sommo padre
Grazïoso sorrise, e a sè chiamata
L’aurea Venere, Figlia, le dicea,
Per te non sono della guerra i fieri555
Studi, ma l’opre d’Imeneo soavi.