Pagina:Iliade (Monti).djvu/133

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122 iliade v.557

A queste intendi, ed il pensier dell’armi
Tutto a Marte lo lascia ed a Minerva.
   Mentre in cielo seguían queste favelle,
Contro il figlio d’Anchise il bellicoso560
Dïomede si spinge, nè l’arresta
Il saper che la man d’Apollo il copre.
Desïoso di porre Enea sotterra
E spogliarlo dell’armi peregrine,
Nulla ei rispetta un sì gran Dio. Tre volte565
A morte l’assalì, tre volte Apollo
Gli scosse in faccia il luminoso scudo.
Ma come il forte Calidonio al quarto
Impeto venne, il saettante nume
Terribile gridò: Guarda che fai;570
Via di qua, Dïomede; il paragone
Non tentar degli Dei, chè de’ Celesti
E de’ terrestri è disugual la schiatta.
   Disse; e alquanto l’eroe ritrasse il piede
L’ira evitando dell’arciero Apollo,575
Che, fuor condutto della mischia Enea,
Nella sagrata Pergamo fra l’are
Del suo delubro il pose. Ivi Latona,
Ivi l’amante dello stral Dïana
Lo curâr, l’onoraro. Intanto Apollo580
Formò di tenue nebbia una figura
In sembianza d’Enea; d’Enea le finse
L’armi, e dintorno al vano simulacro
Teucri ed Achei facean di targhe e scudi
Un alterno spezzar che intorno ai petti585
Orrendo risonava. Allor si volse
Al Dio dell’armi il Dio del giorno, e disse:
   Eversor di città, Marte omicida,
Che sol nel sangue esulti, e non andrai
Ad aggredir tu dunque, a cacciar lungi590