Pagina:Iliade (Monti).djvu/134

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v.591 libro quinto 123

Questo altiero mortal, questo Tidíde
Che alle mani verría con Giove ancora?
Egli assalse e ferì prima Ciprigna
Al carpo della mano; indi avventossi
A me medesmo coll’ardir d’un Dio.595
Sì dicendo, s’assise alto sul colmo
Della pergámea rocca, e il rovinoso
Marte sen corse a concitar de’ Teucri
Le schiere, e preso d’Acamante il volto,
D’Acamante de’ Traci esimio duce,600
Così prese a spronar di Priamo i figli:
   Illustri Priamídi, e sino a quando
Permetterete della vostra gente
Per la man degli Achei sì rio macello?
Sin tanto forse che la strage arrivi605
Alle porte di Troia? A terra è steso
L’eroe che al pari del divino Ettorre
Onoravamo, Enea preclaro figlio
Del magnanimo Anchise. Andiam, si voli
Alla difesa di cotanto amico.610
   Destâr la forza e il cor d’ogni guerriero
Queste parole. Sarpedon con aspre
Rampogne allora rabbuffando Ettorre,
Dove andò, gli dicea, l’alto valore
Che poc’anzi t’avevi? E pur t’udimmo615
Vantarti che tu sol senza l’aita
De’ collegati, e co’ tuoi soli affini
E co’ fratei bastavi alla difesa
Della città. Ma niuno io qui ne veggo,
Niun ne ravviso di costor, chè tutti620
Trepidanti s’arretrano siccome
Timidi veltri intorno ad un leone:
E qui frattanto combattiam noi soli,
Noi venuti in sussidio. Io che mi sono