Pagina:Iliade (Monti).djvu/142

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v.863 libro quinto 131

Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza
Del frigio sire il meritò, che ingrato
Al beneficio con acerbi detti865
Oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione
Di sua venuta, gli negò. Ma i vanti
Paterni non torran che la mia lancia
Qui non ti prostri. Tu morrai: son io
Che tel predíco, e a me l’onor qui tosto870
Darai della vittoria, e l’alma a Pluto.
   Ciò detto appena, sollevaro in alto
I ferrati lor cerri ambo i guerrieri,
Ed ambo a un tempo gli scagliâr. Percosse
Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,875
Sì che tutto il passò l’asta crudele,
E a lui gli occhi coperse eterna notte.
Ma il telo uscito nel medesmo istante
Dalla man di Tlepólemo la manca
Coscia ferì di Sarpedon. Passolla880
Infino all’osso la fulminea punta,
Ma non diè morte, chè vietollo il padre.
Accorsero gli amici, e dal tumulto
Sottrassero l’eroe che del confitto
Telo di molto si dolea, nè mente885
V’avea posto verun, nè s’avvisava
Di sconficcarlo dalla coscia offesa,
Onde espedirne il camminar: tant’era
Del salvarlo la fretta e la faccenda.
   Dall’altra parte i coturnati Achei890
Di Tlepólemo anch’essi dalla pugna
Ritraggono la salma. Al doloroso
Spettacolo la forte alma d’Ulisse
Si commosse altamente; e in suo pensiero
Divisando ne vien s’ei prima insegua895
Di Giove il figlio, o più gli torni il darsi