Pagina:Iliade (Monti).djvu/143

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132 iliade v.897

Alla strage de’ Licii. Alla sua lancia
Non concedean le Parche il porre a morte
Del gran Tonante il valoroso seme.
Scagliasi ei dunque da Minerva spinto900
Nella folta de' Licii, e quivi uccide
L’un sovra l’altro Alastore, Cerano,
Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
Ed Alio: e più n’avría di lor prostrati
Il divino guerrier, se il grande Ettorre905
Di lui non s’accorgea. Tra i primi ei dunque
Processe di corrusche armi splendente,
E portante il terror ne’ petti argivi.
Come il vide vicin fe’ lieto il core
Sarpedonte, e con voce lamentosa:910
Generoso Prïamide, dicea,
Non lasciarmi giacer preda al nemico:
Mi soccorri, e la vita m’abbandoni
Nella vostra città, poichè m’è tolto
Il tornarmi al natío dolce terreno,915
E d’allegrezza spargere la mia
Diletta moglie e il pargoletto figlio.
   Non rispose l’eroe; ma desïoso
Di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
Colla strage di molti, oltre si spinse.920
In questo mezzo la pietosa cura
De’ compagni adagiò sotto un bel faggio
A Giove sacro Sarpedonte, e il telo
Dalla piaga gli svelse il valoroso
Diletto amico Pelagon. Nell’opra925
Svenne il ferito, e s’annebbiò la vista;
Ma l’aura boreal, che fresca intorno
Ventavagli, tornò ne’ primi uffici
Della vita gli spirti; e nell’anelo
Petto affannoso ricreògli il core.930