Pagina:Iliade (Monti).djvu/16

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v.108 libro primo 5

Per alcun tempo, ma nel cor la cova,
Finché prorompa alla vendetta. Or dinne
Se salvo mi farai. - Parla securo,110
Rispose Achille, e del tuo cor l’arcano,
Qual ch’ei si sia, di’ franco. Per Apollo
Che pregato da te ti squarcia il velo
De’ fati, e aperto tu li mostri a noi,
Per questo Apollo a Giove caro io giuro:115
Nessun, finch’io m’avrò spirto e pupilla,
Con empia mano innanzi a queste navi
Oserà vïolar la tua persona,
Nessuno degli Achei; no, s’anco parli
D’Agamennón che sè medesmo or vanta120
Dell’esercito tutto il più possente.
     Allor fe’ core il buon profeta, e disse:
Nè d’obblïati sacrifici il Dio
Nè di voti si duol, ma dell’oltraggio
Che al sacerdote fe’ poc’anzi Atride,125
Che francargli la figlia ed accettarne
Il riscatto negò. La colpa è questa
Onde cotante ne diè strette, ed altre
L’arcier divino ne darà; nè pria
Ritrarrà dal castigo la man grave,130
Che si rimandi la fatal donzella
Non redenta nè compra al padre amato,
E si spedisca un’ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che il Dio si plachi.
     Tacque, e s’assise. Allor l’Atride eroe135
Il re supremo Agamennón levossi
Corruccioso. Offuscavagli la grande
Ira il cor gonfio, e come bragia rossi
Fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
Squadrò torvo Calcante, indi proruppe:140
     Profeta di sciagure, unqua un accento