Pagina:Iliade (Monti).djvu/181

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170 iliade v.148

Oh di che lutto ricoprirsi io veggio
La casa degli eroi, l’achea contrada!
Oh quanto in cor ne gemerà l’antico150
Di cocchi agitator Peléo, di lingua
Fra’ Mirmidon sì chiaro e di consiglio;
Egli che in sua magion solea di tutti
Gli Achei le schiatte dimandarmi e i figli,
E giubilava nell’udirli! Ed ora155
Se per Ettorre ei tutti li sapesse
Di terror costernati, oh come al cielo
Alzerebbe le mani, e pregherebbe
Di scendere dolente anima a Pluto!
O Giove padre, o Pallade, o divino160
Di Latona figliuol! chè non son io
Nel fior degli anni, come quando in riva
Pugnâr del ratto Celadonte i Pilii
Con la sperta di lancia arcade gente
Sotto il muro di Fea verso le chiare165
Del Járdano correnti? Alla lor testa
Ereutalion venía, che pari a nume
L’armatura regal d’Arëitóo
Indosso avea, del divo Arëitóo
Che gli uomini tutti e le ben cinte donne170
Clavigero nomâr; perchè non d’arco
Nè di lunga asta armato ei combattea,
Ma con clava di ferro poderosa
Rompea le schiere. A lui diè morte poscia,
Pel valore non già, ma per inganno175
Licurgo al varco d’un angusto calle,
Ove il rotar della ferrata clava
Al suo scampo non valse; chè Licurgo
Prevenendone il colpo traforògli
L’epa coll’asta, e stramazzollo; e l’armi180
Così gli tolse che da Marte egli ebbe,