Pagina:Iliade (Monti).djvu/182

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v.182 libro settimo 171

Armi che poscia l’uccisor portava
Ne’ fervidi conflitti; insin che, fatto
Per vecchiezza impotente, al suo diletto
Prode scudiero Ereutalion le cesse.185
Di queste dunque altero iva costui
Disfidando i più forti, ed atterriti
N’eran sì tutti, che nessun si mosse.
Ma io mi mossi audace core, e d’anni
Minor di tutti m’azzuffai con esso,190
E col favor di Pallade lo spensi:
Forte eccelso campion che in molta arena
Giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
Or quell’etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre trovería qui tosto195
Chi gli risponda. E voi del campo acheo
I più forti, i più degni, ad incontrarlo
Voi non andrete con allegro petto?
   Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
Nove guerrieri. Si rizzò primiero200
Il re de’ prodi Agamennón; rizzossi
Dopo lui Dïomede, indi ambedue
Gl’impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenéo;
E poscia d’Evemon l’inclito figlio205
Eurípilo, e Toante Andremoníde,
E il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
Chiese il certame coll’eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
Della scelta la sorta, e sia l’eletto,210
Salvo tornando dall’ardente agone,
Degli Achei la salute e di sè stesso.
   Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
L’elmo la gitta del maggiore Atride.
La turba intanto supplicante ai numi215