Pagina:Iliade (Monti).djvu/197

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186 iliade v.11

Qualunque degli Dei vedrò furtivo
Partir dal cielo, e scendere a soccorso
De’ Troiani o de’ Greci, egli all’Olimpo
Di turpe piaga tornerassi offeso;
O l’afferrando di mia mano io stesso,15
Nel Tartaro remoto e tenebroso
Lo gitterò, voragine profonda
Che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
E tanto in giù nell’Orco s’inabissa,
Quanto va lungi dalla terra il cielo.20
Allor saprà che degli Dei son io
Il più possente. E vuolsene la prova?
D’oro al cielo appendete una catena,
E tutti a questa v’attaccate, o Divi
E voi Dive, e traete. E non per questo25
Dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
Supremo senno, nè pur tutte oprando
Le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
La trarrò colla terra e il mar sospeso:
Indi alla vetta dell’immoto Olimpo30
Annoderò la gran catena, ed alto
Tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de’ numi
Le forze e de’ mortai. - Qui tacque, e tutti
Dal minaccioso ragionar percossi35
Ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
Finalmente il silenzio, e così disse:
   Padre e re de’ Celesti, e noi pur anco
Sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de’ bellicosi Achei40
Pietà ne prende, che di fato iniquo
Son vicini a perir. Noi dalla pugna,
Se tu il comandi, ci terrem lontani;
Ma non vietar che di consiglio almeno