Pagina:Iliade (Monti).djvu/201

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190 iliade v.147

   Disse: nè il veglio ricusò l’invito.
Di Sténelo e del buon Eurimedonte,
Valorosi scudieri, egli al governo
Cesse le sue puledre, e tosto il cocchio150
Del Tidíde salito, in man si tolse
Le bellissime briglie, e col flagello
I corsieri percosse. In un baleno
Giunser d’Ettore a fronte, che diritto
Lor d’incontro venía con gran tempesta.155
Trasse la lancia Dïomede, e il colpo
Errò; ma su le poppe in mezzo al petto
Colpì l’auriga Enïopéo, figliuolo
Dell’inclito Tebéo. Cade il trafitto
Giù tra le rote colle briglie in pugno:160
S’arretrano i destrieri, e in quello stato
Perde ogni forza l’infelice, e spira.
   Del morto auriga addolorossi Ettorre,
E mesto di lasciar quivi il compagno
Nella polve disteso, un altro audace165
Alla guida del carro iva cercando:
Nè di rettor gran tempo ebber bisogno
I suoi destrieri, chè gli occorse all’uopo
L’animoso Archepólemo d’Ifíto,
Cui sul carro montar fa senza indugio,170
E gli abbandona nella man le briglie.
   Immensa strage allora e fatti orrendi
Fôran d’arme seguíti, e come agnelli
Stati in Ilio sarían racchiusi i Teucri,
Se de’ Celesti il padre e de’ mortali175
Tosto di ciò non s’accorgea. Tonando
Con gran fragore un fulmine rovente
Vibrò nel campo il nume, e il fece in terra
Guizzar di Dïomede innanzi al cocchio:
E subita n’uscía d’ardente zolfo180