Pagina:Iliade (Monti).djvu/206

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v.317 libro ottavo 195

Pur io so ben, che quando a questo lido
Il perverso destin mi conducea,
Giammai veruno de’ tuoi santi altari
Navigando lasciai sprezzato indietro;320
Ma l’adipe a te sempre e i miglior fianchi
De’ giovenchi abbruciai sovra ciascuno,
Bramoso d’atterrar l’iliache mura.
Deh almen n’adempi questo voto, almeno
Danne, o Giove, uno scampo colla fuga,325
Nè per le mani del crudel Troiano
Consentir degli Achivi un tanto scempio.
   Così dicea piangendo. Ebbe pietade
Di sue lagrime il nume, e ad accennargli
Che non tutto il suo campo andría disfatto,330
Il più sicuro de’ volanti augurio
Un’aquila spedì che negli unghioni
Tolto al covil della veloce madre
Un cerbiatto stringendo, accanto all’ara,
Ove l’ostie svenar solean gli Achivi335
Al fatidico Giove, dall’artiglio
Cader lasciò la palpitante preda.
   Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto
Conobbero da Giove, ad affrontarsi
Più coraggiosi ritornâr co’ Teucri,340
E rinfrescâr la pugna. Allor nessuno
Pria del Tidíde fra cotanti Argivi
Vanto si diede d’agitar pel campo
I veloci corsieri, ed oltre il fosso
Cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero345
Anzi a tutti si spinse, e a prima giunta
Agelao di Fradmon tolse di mezzo
Uom troiano. Costui piegáti in fuga
I suoi destrieri avea. Coll’asta il tergo
Gli raggiunse il Tidíde, gliela fisse350