Pagina:Iliade (Monti).djvu/210

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v.453 libro ottavo 199

E col proteso scudo il ricopría,
Finchè lo si recâr sovra le spalle
Due suoi cari compagni, Mecistéo455
D’Echío figliuolo, e il nobile Alastorre,
E alle navi il portâr che gravemente
Sospirava e gemea. Ne’ Teucri allora
Di nuovo suscitò l’Olimpio Giove
Tal forza e lena, che al profondo fosso460
Dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
Sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne’ presti piedi
Confidando, un cinghial da tergo assalta,465
Od un lïone, e al suo voltarsi attento
Or le cluni gli addenta, ora la coscia;
Così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
Uccidendo il postremo li disperde.
Ma poichè l’alto fosso ed il palizzo470
Ebber varcato i fuggitivi, e molti
Il troiano valor n’avea già spenti,
Giunti alle navi si fermaro, e insieme
Mettendosi coraggio, e a tutti i numi
Sollevando le man spingea ciascuno475
Con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d’ogni parte intanto
Agitava i destrieri il grande Ettorre
Di bel crine superbi, e rotar bieco
Le luci si vedea come il Gorgóne,480
O come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
   Invitta figlia dell’Egíoco Giove,
Dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo485
Pensier de’ Greci già cadenti, almeno