Pagina:Iliade (Monti).djvu/211

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200 iliade v.487

Nell’estremo lor punto? Eccoli tutti
L’empio lor fato a consumar vicini
Per l’impeto d’un sol, del fiero Ettorre
Che in suo furore intollerando omai490
Passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
   A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
Avría costui la furia e l’alma ancora,
A giacer posto nella patria terra495
Dal valor degli Achei; ma quel mio padre
Di sdegnosi pensier calda ha la mente,
Sempre avverso, e de’ miei forti disegni
Acerbo correttor; nè si rimembra
Quante volte servar gli seppi il figlio500
Dai duri d’Euristéo comandi oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
E me dal cielo allora ad aïtarlo,
Giove spediva. Ma se il cor prudente
Detto m’avesse le presenti cose,505
Quando alle ferree porte il suo tiranno
L’invïò dell’Averno a trar dal negro
Erebo il can dell’abborrito Pluto,
Ei, no, scampato non avría di Stige
La profonda fiumana. Or m’odia il padre,510
E di Teti adempir cerca le brame,
Che lusinghiera gli baciò il ginocchio,
E accarezzògli colla destra il mento,
D’onorar supplicandolo il Pelíde
Delle cittadi atterrator. Ma tempo,515
Sì, verrà tempo che la sua diletta
Glaucópide a chiamarmi egli ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m’apparecchia
Co’ veloci cornipedi, chè tosto
Io ne vo dentro alle paterne stanze,520