Pagina:Iliade (Monti).djvu/212

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v.521 libro ottavo 201

E dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettór, che sì superbo
Crolla il cimiero, riderà quand’io
Nel folto apparirò della battaglia.
Qualcun per certo de’ Troiani ancora525
Presso le navi achee satolli e pingui
Di sue polpe farà cani ed augelli.
   Disse; nè Giuno ricusò, ma corse
Ai divini cavalli, e d’auree barde
In fretta li guarnía, Giuno la figlia530
Del gran Saturno, veneranda Diva.
   D’altra parte Minerva il rabescato
Suo bellissimo peplo, delle stesse
Immortali sue dita opra stupenda,
Sul pavimento dell’Egíoco padre535
Lasciò cader diffuso; ed indossando
Del nimbifero Giove il grande usbergo,
Tutta s’armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
Impugnò la pesante e poderosa540
Gran lancia, ond’ella, allor che monta in ira,
Di forte genitor figlia tremenda,
Le schiere degli eroi rovescia e doma.
Stimolava Giunon velocemente
Colla sferza i destrieri, e tosto fûro545
Alle celesti soglie, a cui custodi
Vegliano l’Ore che il maggior de’ cieli
Hanno in cura e l’Olimpo, onde sgombrarlo
O circondarlo della sacra nube.
Cigolando s’aprîr per sè medesme550
L’eteree porte, e docili al flagello
Spinser per queste i corridor le Dive.
   Come Giove dal Gárgaro le vide,
Forte sdegnossi, ed Iri a sè chiamando