Pagina:Iliade (Monti).djvu/214

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v.589 libro ottavo 203

Invereconda audace Dea, che ardisci
Contra il Tonante sollevar la lancia.590
   Disse, e ratta sparì la messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi accenti
Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,
Figlia di Giove, di pugnar con esso
Per cagion de’ mortali: io nol consento.595
Di loro altri si muoia, altri si viva,
Come piace alla sorte; e Giove intanto,
Come dispon suo senno e sua giustizia,
Fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
   Sì dicendo la Dea ritorse indietro600
I criniti destrieri, e l’Ore ancelle
Li distaccâr dal giogo, e li legaro
Ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
Appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio605
Con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
Dal Gárgaro all’Olimpo i corridori
E le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de’ Celesti, a lui
Sciolse i corsieri l’inclito Nettunno,610
Rimesse il cocchio, e lo coprì d’un velo.
Giove sul trono si compose, e tutto
Tremò sotto il suo piè l’immenso Olimpo.
   Ma Minerva e Giunon sole in disparte
Sedean, nè motto nè dimanda a Giove615
Ardían veruna indirizzar. S’avvide
De’ lor pensieri il nume, e così disse:
   Perchè sì meste, o voi Minerva e Giuno?
E’ non si par che molto affaticate
V’abbia finor la glorïosa pugna620
In esizio de’ Teucri, a cui sì grave
Odio poneste. E v’è di mente uscito