Pagina:Iliade (Monti).djvu/215

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204 iliade v.623

Che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi
Il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra625
Prese un freddo tremor pria che la guerra
Pur contemplaste, e della guerra i duri
Esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
Già seguíto l’effetto) che percosse
Dalla folgore mia, no, non v’avrebbe630
Il vostro cocchio ricondotte al cielo,
Albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,
E in secreto fremean Minerva e Giuno
Sedendosi vicine, ed ai Troiani
Meditando nel cor alte sciagure.635
Stette muta Minerva, e contra il padre
L’acerbo che l’ardea sdegno represse;
Ma sciolto all’ira il fren Giuno rispose:
   Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta640
È manifesta; ma pietà ne prende
Dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l’armi lascerem, se questo
È il tuo strano voler; ma nondimeno
Qualche ai Greci daremo util consiglio,645
Onde non tutti il tuo furor li spegna.
   E Giove replicò: Più fiero ancora
Vedrai dimani, se t’aggrada, o moglie,
L’onnipotente di Saturno figlio
Dell’esercito achéo struggere il fiore.650
Perocchè dalla pugna il forte Ettorre
Non pria desisterà, che finalmente
L’ozïosa si svegli ira d’Achille
Il dì che in gran periglio appo le navi
Combatterassi per Patróclo ucciso.655
Tal de’ fati è il voler, nè de’ tuoi sdegni