Pagina:Iliade (Monti).djvu/216

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v.657 libro ottavo 205

Sollecito son io, no, s’anco ai muti
Della terra e del mar confini estremi
Andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
Di Giapeto e Saturno, che nel cupo660
Tartaro chiusi nè il superno raggio
Del Sole, nè di vento aura ricrea;
No, se tant’oltre pure il tuo dispetto
Vagabonda ti porti, io non ti curo,
Poichè d’ogni pudor possasti il segno.665
   Tacque; nè Giuno osò pure d’un detto
Fargli risposta. In grembo al mar frattanto
La splendida cadea lampa del Sole
L’atra notte traendo su la terra.
Della luce l’occaso i Teucri afflisse,670
Ma pregata più volte e sospirata
Sovraggiunse agli Achei l’ombra notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
I Troiani ritrasse in su la riva
Del rapido Scamandro, ed in pianura675
Da’ cadaveri sgombra a parlamento
Chiamolli; ed essi dismontâr dai cocchi,
E affollati dintorno al gran guerriero
Cura di Giove, a sue parole attenti
Porgean gli orecchi. Una grand’asta in pugno680
Di ben undici cubiti sostiene:
Tutta di bronzo folgora la punta,
E d’oro un cerchio le discorre intorno.
Appoggiato su questa, così disse:
   Dardani, Teucri, Collegati, udite:685
Io poc’anzi sperai ch’arse le navi
E distrutti gli Argivi a Troia avremmo
Fatto ritorno. Ma sì bella speme
Ne rapîr le tenébre invidïose,
Che inopportune sul cruento lido690