Pagina:Iliade (Monti).djvu/232

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v.387 libro nono 221

Chè se lui sempre e i suoi presenti abborri,
Abbi almeno pietà degli altri Achei
Là nelle tende costernati e chiusi,
Che t’avranno qual nume, ed alle stelle390
La tua gloria alzeran. Vien dunque, e spegni
Questo Ettór che furente a te si para,
E vanta che nessun di quanti Achivi
Qua navigaro, di valor l’eguaglia.
   Divino senno, Laerzíade Ulisse,395
Rispose Achille, senza velo, e quali
Il cor li detta e proveralli il fatto,
M’è d’uopo palesar dell’alma i sensi,
Onde cessiate di garrirmi intorno.
Odio al par della porte atre di Pluto400
Colui ch’altro ha sul labbro, altro nel core:
Ma ben io dirò netto il mio pensiero.
Nè il grande Atride Agamennón, nè alcuno
Me degli Achivi piegherà. Qual prezzo,
Qual ricompensa delle assidue pugne?405
Di chi poltrisce e di chi suda in guerra
Qui s’uguaglia la sorte: il vile usurpa
L’onor del prode, e una medesma tomba
L’infingardo riceve e l’operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti410
Rischi di Marte la mia vita esposi,
Che guadagni, per dio, che guiderdone
Su gli altri ottenni? In vero il meschinello
Augel son io, che d’esca i suoi provvede
Piccioli implumi, e sè medesmo obblía.415
Quante, senza dar sonno alle palpébre,
Trascorse notti! quanti giorni avvolto
In sanguinose pugne ho combattuto
Per le ree mogli di costor! Conquisi
Guerreggiando sul mar dodici altere420