Pagina:Iliade (Monti).djvu/255

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244 iliade v.217

Padre io mi son d’egregi figli, e duce
Di molti prodi che potrían le veci
Pur d’araldo adempir. Ma grande or preme
Necessità gli Achivi, e morte e vita220
Stanno sul taglio della spada. Or vanne
Tu che giovine sei, vanne, e il veloce
Chiamami Aiace e di Filéo la prole,
Se pietà senti del mio tardo piede.
   Così parla il vegliardo. E Dïomede225
Sull’omero si getta una rossiccia
Capace pelle di lïon, cadente
Fino al tallone ed una picca impugna.
Andò l’eroe, volò, dal sonno entrambi
Li destò, li condusse; e tutti in gruppo230
S’avvïâr delle guardie alle caterve:
Nè delle guardie abbandonato al sonno
Duce alcuno trovâr, ma vigilanti
Tutti ed armati e in compagnia seduti.
Come i fidi molossi al pecorile235
Fan travagliosa sentinella udendo
Calar dal monte una feroce belva
E stormir le boscaglie: un gran tumulto
S’alza sovr’essa di latrati e gridi,
E si rompe ogni sonno: così questi240
Rotto il dolce sopor su le palpebre,
Notte vegliano amara, ognor del piano
Alla parte conversi, ove s’udisse
Nemico calpestío. Gioinne il veglio,
E confortolli e disse: Vigilate245
Così sempre, o miei figli, e non si lasci
Niun dal sonno allacciar, onde il Troiano
Di noi non rida. Così detto, il varco
Passò del fosso, e lo seguiéno i regi
A consiglio chiamati. A lor s’aggiunse250