Pagina:Iliade (Monti).djvu/28

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
v.516 libro primo 17

O d’opera aitato o di parole.
Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,
Spesso t’intesi glorïarti, e dire
Che sola fra gli Dei da ria sciagura
Giove campasti adunator di nembi,520
Il giorno che tentâr Giuno e Nettunno
E Pallade Minerva in un con gli altri
Congiurati del ciel porlo in catene;
Ma tu nell’uopo sopraggiunta, o Dea,
L’involasti al periglio, all’alto Olimpo525
Prestamente chiamando il gran Centímano,
Che dagli Dei nomato è Brïaréo,
Da’ mortali Egeóne, e di fortezza
Lo stesso genitor vincea d’assai.
Fiero di tanto onore alto ei s’assise530
Di Giove al fianco, e n’ebber tema i numi,
Che poser di legarlo ogni pensiero.
Or tu questo rammentagli, e al suo lato
Siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega
Di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte535
Fino alle navi le falangi achee
Sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno
Lo si goda così questo tiranno;
Senta egli stesso il gran regnante Atride
Qual commise follía quando superbo540
Fe’ de’ Greci al più forte un tanto oltraggio.
     E lagrimando a lui Teti rispose:
Ahi figlio mio! se con sì reo destino
Ti partorii, perchè allevarti, ahi lassa!
Oh potessi ozïoso a questa riva545
Senza pianto restarti e senza offese,
Ingannando la Parca che t’incalza,
Ed omai t’ha raggiunto! Ora i tuoi giorni
Brevi sono ad un tempo ed infelici,