Pagina:Iliade (Monti).djvu/29

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18 iliade v.550

Chè iniqua stella il dì ch’io ti produssi,550
I talami paterni illuminava.
E nondimen d’Olimpo alle nevose
Vette n’andrò, ragionerò con Giove
Del fulmine signore, e al tuo desire
Piegarlo tenterò. Tu statti intanto555
Alle navi; e nell’ozio del tuo brando
Senta l’Achivo de’ tuoi sdegni il peso.
Perocchè ieri in grembo all’Oceáno
Fra gl’innocenti Etïopi discese
Giove a convito, e il seguîr tutti i numi.560
Dopo la luce dodicesma al cielo
Tornerà. Recherommi allor di Giove
Agli eterni palagi; al suo ginocchio
Mi gitterò, supplicherò, nè vana
D’espugnarne il voler speranza io porto.565
   Partì, ciò detto; e lui quivi di bile
Macerato lasciò per la fanciulla
Suo mal grado rapita. Intanto a Crisa
Colla sacra ecatombe Ulisse approda.
Nel seno entrati del profondo porto,570
Le vele ammaïnâr, le collocaro
Dentro il bruno naviglio, e prestamente
Dechinâr colle gomone l’antenna,
E l’adagiâr nella corsia. Co’ remi
Il naviglio accostâr quindi alla riva;575
E l’ancore gittate, e della poppa
Annodati i ritegni, ecco sul lido
Tutta smontar la gente, ecco schierarsi
L’ecatombe d’Apollo, e dalla nave
Dell’onde vïatrice ultima uscire580
Crisëide. All’altar l’accompagnava
L’accorto Ulisse, ed alla man del caro
Genitor la ponea con questi accenti: