Pagina:Iliade (Monti).djvu/312

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v.257 libro duodecimo 301

Serpe, prodigio dell’Egíoco Giove,
Inorridiro i Teucri, e fatto avanti
All’intrepido Ettór Polidamante
Sì prese a dir: Tu sempre, ancorchè io porti260
Ottimi avvisi in parlamento, o duce,
Hai pronta contro me qualche rampogna,
Nè pensi che non lice a cittadino
Nè in assemblea tradir nè in mezzo all’armi
La verità, servendo all’augumento265
Di tua possanza. Dirò franco adunque
Ciò che il meglio or mi sembra. Non si vada
Coll’armi ad assalir le navi achee.
Il certo evento che n’attende è scritto
Nell’augurio comparso alla sinistra270
Dell’esercito nostro, appunto in quella
Che si volea travalicar la fossa,
Dico il volo dell’aquila portante
Nell’ugna un drago sanguinoso, immane
E vivo ancor. Com’ella cader tosto275
Lasciò la preda, pria che al caro nido
Giungesse, e pasto la recasse a’ suoi
Dolci nati; così, quando n’accada
Pur de’ Greci atterrar le porte e il muro
E farne strage, non pensar per questo280
Di ritornarne con onor; chè indietro
Molti Troiani lasceremo ancisi
Dall’argolico ferro, combattente
Per la tutela delle navi. Ognuno,
Che ben la lingua de’ prodigi intenda285
E da’ profani riverenza ottegna,
Questo verace interpretar faría.
   Lo guatò bieco Ettorre, e gli rispose:
Polidamante, il tuo parlar non viemmi
Grato all’orecchio, e una miglior sentenza290