Pagina:Iliade (Monti).djvu/354

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v.662 libro decimoterzo 21

Dëífobo che caldo il cor di rabbia
Sempre in lui mira, vistolo ritrarsi
A lenti passi, gli avventò, ma indarno
Pur questa volta, il telo che veloce665
Via trasvolando Ascálafo raggiunse
Prole di Marte, e all’omero il trafisse.
Ei cadde, e steso brancicò la polve:
Nè del caduto figlio allor veruna
Ebbe notizia il vïolento Iddio,670
Che dal comando di Giove impedito
Stava in quel punto su le vette assiso
Dell’Olimpo, e il copría d’oro una nube
Misto agli altri Immortali a cui vietato
Era dell’armi il sanguinoso ludo.675
   Una pugna crudel sul corpo intanto
D’Ascálafo incomincia. Al morto invola
Dëífobo il bell’elmo; e Merïone
Tale sul braccio al rapitor disserra
Di lancia un colpo, che di man gli sbalza680
Risonante al terren l’aguzzo elmetto.
E qui di nuovo Merïon scagliossi
Come fiero avoltoio, e dal nemico
Braccio sconfitta dell’astil la punta
Si ritrasse tra’ suoi. Corse al ferito685
Il suo german Políte, e per traverso
L’abbracciando il cavò dal rio conflitto,
Ed in parte venuto ove l’auriga
Lungi dall’armi co’ cavalli il cocchio
In pronto gli tenea, questi il portaro690
Gemente, afflitto e per la fresca piaga
Tutto sangue la mano alla cittade.
Cresce intanto la pugna e al ciel ne vanno
Immense grida. Enea d’asta colpisce
Nella gola Afaréo Caletoríde695