Pagina:Iliade (Monti).djvu/364

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v.1002 libro decimoterzo 31

   E il bel drudo a rincontro: Ettore, a torto
Tu mi rampogni. In altri tempi io forse
Un trascurato mi mostrai, non oggi.
La madre un vile non mi fe’. Dal punto1005
Che il conflitto attaccasti appo le navi,
Da quel punto qui fermo e senza posa
Con gli Achei mi travaglio. I valorosi
Di che tu chiedi, caddero. Due soli
Dëífobo ed Eléno ambi alla mano1010
Feriti si partîr, sottratti a morte
Certo da Giove. Or dove il cor ti dice,
Guidami: io pronto seguirotti, e quanto
Potran mie forze, ti farò, mi spero,
Il mio valor palese. Oltre sua possa,1015
Benchè abbondi il voler, nessuno è forte.
   Piegâr quei detti del fratello il core,
E di conserva entrambi ove più ferve
La mischia s’avvïâr. Pugnano quivi
E Cebrïone e il buon Polidamante1020
E il divin Poliféte e Falce e Ortéo,
E i tre d’Ippozïon gagliardi figli
Palmi, Mori ed Ascanio, dal gleboso
Suol d’Ascania venuti il dì precesso,
E spinti all’armi dal voler de’ numi.1025
Come di venti impetuosi un turbo
Dal tuon di Giove generato piomba
Su la campagna, e con fracasso orrendo
Sovra il mar si diffonde: immensi e spessi
Bollono i flutti di canuta spuma,1030
E con fiero mugghiar l’un l’altro incalza
Al risonante lido: a questa guisa
In ristretti drappelli, e gli uni agli altri
Succedenti i Troiani e scintillanti
Tutti nell’armi ne venían su l’orme1035