Pagina:Iliade (Monti).djvu/385

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52 iliade v.558

Prima a terra n’andò, che la persona.
Alto allora a quel colpo Aiace esclama:
Polidamante, oh! guarda, e dinne il vero,560
Non val egli Proténore quest’altro
Ch’io qui posi a giacer? Ned ei mi sembra
Mica de’ vili, nè d’ignobil seme,
Ma d’Anténore un figlio, o suo germano;
Sì n’ha l’impronta della razza in viso.565
   Così parlava infinto, conoscendo
Ben ei l’ucciso. Addolorârsi i Teucri;
Ma del fratello vindice Acamante
A Prómaco beózio, che l’estinto
Traea pe’ piedi, fulminò di lancia570
Tale un súbito colpo, che lo stese.
Alto allor grida l’uccisor superbo:
O voi guerrieri da balestra, e forti
Sol di minacce! e voi pur anco, Argivi,
Morderete la polve, e non saremo575
Noi soli al lutto. Dalla mia man domo
Mirate di che sonno or dorme il vostro
Prómaco, e paga del fratello mio
Tosto lo sconto! Perciò preghi ognuno
Di lasciar dopo sè vendicatore580
Di sua morte un fratel nel patrio tetto.
   Destò quel vanto negli Achei lo sdegno:
Sovra ogni altro crucciossi il bellicoso
Peneléo. Si scagliò questi con ira
Contro Acamante che del re l’assalto585
Non attese; ed il colpo a lui diretto
Ilïonéo percosse, unica prole
Di Forbante che ricco era di molto
Gregge; e Mercurio, che d’assai l’amava,
Di dovizie fra’ Troi l’avea cresciuto.590
Il colse Peneléo sotto le ciglia