Pagina:Iliade (Monti).djvu/392

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v.117 libro decimoquinto 59

   Tacque, e s’assise. Contristârsi in cielo
I Sempiterni; e Giuno un cotal riso
A fior di labbro aprì, ma su le nere
Ciglia la fronte non tornò serena.120
Ruppe alfin disdegnosa in questi detti:
Oh, noi dementi! Inetta è la nostr’ira
Contra Giove, o Celesti, e il faticarci
Con parole a frenarlo o colla forza
È vana impresa. Assiso egli sull’Ida125
Nè gli cale di noi nè si rimove
Dal suo proposto, chè gli Eterni tutti
Di fortezza ei si vanta e di possanza
Immensamente superar. Soffrite
Quindi in pace ogni mal che più gli piaccia130
Invïarvi a ciascuno. E a Marte, io credo,
Il suo già tocca: Ascálafo, il più caro
D’ogni mortale al poderoso iddio
Che proprio sangue lo confessa, è spento.
   Si batté colle palme la robusta135
Anca Gradivo, e in suon d’alto dolore
Gridò: Del cielo cittadini eterni,
Non mi vogliate condannar, s’io scendo
L’ucciso figlio a vendicar, dovesse
Steso fra’ morti il fulmine di Giove140
Là tra il sangue gittarmi e tra la polve.
   Disse; e alla Fuga impose e allo Spavento
D’aggiogargli i destrieri; e di fiammanti
Armi egli stesso si vestiva. E allora
Di ben altro furor contro gli Dei145
Di Giove acceso si sarebbe il core,
Se per tutti i Celesti impaurita
Non si spiccava dal suo trono, e ratta
Fuor delle soglie non correa Minerva
A strappargli di fronte il rilucente150