Pagina:Iliade (Monti).djvu/393

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60 iliade v.151

Elmo, e lo scudo dalle spalle: e a forza
Toltagli l’asta dalla man gagliarda,
La ripose, e il garrì: Cieco furente,
Tu se’ perduto. Per udir non hai
Tu più dunque gli orecchi, e in te col senno155
Spento è pure il pudor? Dell’alma Giuno,
Ch’or vien da Giove, non intendi i detti?
Vuoi tu forse, insensato, esser costretto
A ritornarti doloroso al cielo,
Fatto di molti mali un rio guadagno,160
E creata a noi tutti alta sciagura?
Perciocchè, de’ Troiani e degli Achei
Abbandonate le contese, ei tosto
Risalendo all’Olimpo, in iscompiglio
Metterà gl’Immortali, ed afferrando165
L’un dopo l’altro, od innocenti o rei,
Noi tutti punirà. Del figlio adunque
La vendetta abbandona, io tel comando:
Ch’altri di lui più prodi o già periro
O periranno. Involar tutta a morte170
De’ mortali la schiatta è dura impresa.
   Sì dicendo, al suo seggio il vïolento
Dio ricondusse. Fuor dell’auree soglie
Giuno intanto a sè chiama Apollo ed Iri
La messaggiera, e lor presta sì parla:175
Ite, Giove l’impon, veloci all’Ida;
Arrivati colà fissate il guardo
In quel volto, e ne fate ogni volere.
   Ciò detto, indietro ritornò l’augusta
Giuno, e di nuovo si compose in trono.180
Quei mossero volando, e su l’altrice
Di fontane e di belve Ida discesi,
Di Saturno trovâr l’onniveggente
Figlio sull’erto Gárgaro seduto;