Pagina:Iliade (Monti).djvu/429

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96 iliade v.354

Ma dalle navi achee lungi rimosso
L’ostil furore, a me deh tosto il torna355
Con tutte l’armi e co’ suoi forti illeso.
   Sì disse orando, e il sapïente Giove
Parte del prego udì, parte ne sperse.
Udì che dalle navi alfin respinta
Fosse la pugna, e non udì che salvo360
Dalla pugna tornasse il caro amico.
   Libato a Giove e supplicato, Achille
Rïentrò, rinserrò nell’arca il sacro
Nappo: e di nuovo della tenda uscito
Ritto all’ingresso si fermò bramoso365
Di mirar de’ Troiani e degli Achei
La terribile mischia. E questi al cenno
Dell’ardito Patróclo in ordinati
Squadroni, e tutti di gran cor precinti
Già piombano su i Teucri, e si dispiccano370
Come rabide vespe, entro i lor nidi
Lungo la strada stimolate all’ira
Da procaci fanciulli, a cui diletta
Travagliarle incessanti a loro usanza.
Stolti! chè a sè fan danno ed all’ignaro375
Passeggiero innocente. Le sdegnose
Che ne’ piccioli petti han grande il core,
Sbucano in frotta, e alla difesa volano
De’ cari parti. Coll’ardir di queste
Si versâr dalle navi i Mirmidóni.380
N’era immenso il fracasso, e di Menézio
Confortandoli il figlio alto gridava:
Commilitoni del Pelíde Achille,
Siate valenti; della vostra possa
Ricordatevi, amici, e combattiamo385
Per la gloria di lui, forti campioni
Del più forte de’ Greci. Il suo fallire