Pagina:Iliade (Monti).djvu/430

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v.388 libro decimosesto 97

Vegga il superbo Atride, e dell’oltraggio
Fatto al maggiore degli eroi si penta.
   Sprone alle forze e al cor di ciascheduno390
Fur le parole. Si serrâr, scagliârsi
Sul nemico ad un punto; e si sentiva
Terribilmente rimbombar le navi
Al gridar degli Achei. Ma come i Teucri
Di Menézio mirâr l’inclito figlio395
Esso e l’auriga Automedonte al fianco
Folgoranti nell’armi, a tutti il core
Tremò: le schiere scompigliârsi, ognuna
Nella credenza che il Pelíde avesse
Deposta l’ira, e l’amistà ripresa.400
Studia ognuno la fuga, ognun procaccia
La sua salvezza. Allor Patróclo il primo
La fulgida vibrò lancia nel mezzo
Dove più densa intorno all’alta poppa
Del buon Protesilao ferve la calca:405
E Pirecmo ferì, che dalle vaste
Rive dell’Assio e d’Amidone avea
Seco i peonii cavalier condutti.
Gli mise il colpo alla diritta spalla,
E quei riverso e gemebondo cadde410
Nella polve. Si volse al suo cadere
Il peonio drappello in presta fuga,
E tutto si sbandò, morto il suo duce
Prestantissimo in guerra. Repulsati
I nemici, l’eroe spense le vampe;415
Ma il navigio restò mezz’arso e monco.
   E qui fuggire e sgominarsi i Teucri,
E gli Achivi inseguirli, e via pe’ banchi
Delle navi cacciarli in gran tumulto.
Siccome allor che dall’eccelsa vetta420
Di gran monte le nubi atre disgombra