Pagina:Iliade (Monti).djvu/436

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v.592 libro decimosesto 103

Boccon versossi nella sabbia, e morte
Lo si recinse e gli rapío la vita.
Indi Erimante, Anfótero ed Epalte
E il figliuol di Damástore Tlepólemo,595
L’Argéade Polimélo ed Echio e Piro
E con Evippo Iféo tutti in un mucchio
Rovesciò, rassegnò morti alla terra.
   Ma Sarpedonte visto de’ compagni
Per le man di Patróclo un tale e tanto600
Scempio, i suoi Licii rincorando, e insieme
Rampognando, Oh vergogna! o Licii, ei grida,
Dove, o Licii, fuggite? Ah per gli Dei
Rivolate alla pugna. Io di costui
Corro allo scontro, per saper chi sia605
Questo fiero campion che vi diserta,
Che sì nuoce ai Troiani, e già di molti
Forti disciolse le ginocchia. - Disse,
E via d’un salto a terra in tutto punto
Si lanciò dalla biga. Ed a rincontro610
Come Patroclo il vide, ei pur nell’armi
Si spiccò dalla sua. Qual due grifagni
Ben unghiati avoltoi forte stridendo
Sovra un erto dirupo si rabbuffano,
Tal vennero quei due gridando a zuffa.615
   Li vide, e tocco di pietade il figlio
Dell’astuto Saturno, in questi detti
A Giunon si rivolse: Ohimè, diletta
Sorella e sposa! Sarpedon, ch’io m’aggio
De’ mortali il più caro, è sacro a morte620
Pel ferro di Patróclo. Irresoluta
Fra due pensieri la mia mente ondeggia,
Se vivo il debba liberar da questo
Lagrimoso conflitto, e a’ suoi tornarlo