Pagina:Iliade (Monti).djvu/437

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104 iliade v.625

Nell’opulenta Licia; o consentire625
Che qui lo domi la tessalic’asta.
   E a lui grave i divini occhi girando
L’alma Giuno così: Che parli, o Giove?
Che pretendi? Un mortale, un destinato
Da gran tempo alla Parca, or della negra630
Diva ritorlo alla ragion? Fa pure,
Fa pur tuo senno: ma degli altri Eterni
Non isperar l’assenso. Anzi ti aggiungo,
E tu poni nel cor le mie parole:
Se vivo e salvo alle paterne case635
Renderai Sarpedon, bada che poscia
Del par non voglia più d’un altro iddio
Alla pugna sottrarre il proprio figlio;
Chè molti sotto alle dardanie mura
Stan nell’armi a sudar figli di numi,640
A cui porresti una grand’ira in seno.
Chè s’ei t’è caro e lo compiagni, il lascia
Nella mischia perir domo dall’asta
Del figliuol di Menézio: ma deserto
Dall’alma il corpo, al dolce Sonno imponi645
Ed alla Morte, che alla licia gente
Il portino. I fratelli ivi e gli amici
L’onoreranno di funereo rito
E di tomba e di cippo, alle defunte
Anime forti onor supremo e caro.650
   Disse; e al consiglio di Giunon s’attenne
Degli uomini il gran padre e degli Dei,
E sangue piovve per onor del caro
Figlio cui lungi dalle patrie arene
Ne’ frigii campi avría Patroclo ucciso.655
   Già l’uno all’altro si fa sotto e sono
Alle prese. Patróclo a Trasimélo,
Di Sarpedonte valoroso auriga,