Pagina:Iliade (Monti).djvu/460

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v.115 libro decimosettimo 127

Corre alla sua ruina. Alcun non fia115
Dunque de’ Greci che con me s’adiri
Se davanti ad Ettorre, a lui che pugna
Per comando d’un nume, io mi ritraggo.
Pur se avverrà che in qualche parte io trovi
Il magnanimo Aiace, entrambi all’armi120
Ritorneremo allor, pur contra un Dio,
E a sollievo de’ mali opra faremo
Di trar salvo ad Achille il morto amico.
   Mentre tai cose gli ragiona il core,
Da Ettore precorse ecco de’ Teucri125
Sopravvenir le schiere. Allora ei cesse,
E il morto abbandonò, gli occhi volgendo
Tratto tratto all’indietro, a simiglianza
Di giubbato lïon cui da’ presepi
Caccian cani e pastor con dardi ed urli.130
Freme la belva in suo gran core, e parte
Mal suo grado dal chiuso: a tal sembianza
Da Patroclo partissi il biondo Atride.
   Giunto ai compagni, s’arrestò, si volse
Cercando in giro collo sguardo il grande135
Figliuol di Telamone, e alla sinistra
Della pugna il mirò, che alla battaglia
Animava i suoi prodi a cui poc’anzi
Febo avea messo nelle vene il gelo
D’un divino terror. Corse, e veloce140
Raggiuntolo gridò: Qua tosto, Aiace,
Vola, amico, affrettiamci alla difesa
Di Patroclo; serbiamne al divo Achille
Il nudo corpo almen, poichè dell’armi
Già si fece signor l’altero Ettorre.145
   Turbâr la generosa alma d’Aiace
Queste parole: s’avvïò, si spinse
Tra i guerrieri davanti, in compagnia