Pagina:Iliade (Monti).djvu/483

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150 iliade v.897

E dicesti: Alle navi io l’ho spedito
Verso il Pelíde: ma ch’ei pronto or vegna,
Benchè crucciato con Ettór, nol credo;
Chè per conto verun non fia ch’ei voglia900
Pugnar co’ Teucri disarmato. Or dunque
La miglior guisa risolviam noi stessi
Di sottrarre al furor dell’inimico
Quell’estinto, e campar le proprie vite.
   Saggio parlasti, o Menelao, rispose905
Il grande Aiace Telamónio. Or tosto
Tu dunque e Merïon sotto all’esangue
Mettetevi, e sul dosso alto il portate
Fuor del tumulto: frenerem da tergo
Noi de’ Troiani e d’Ettore l’assalto,910
Noi che pari di nome e d’ardimento
La pugna uniti a sostener siam usi.
   Disse; e quelli da terra alto levaro
Il morto tra le braccia. A cotal vista
Urlò la troica turba, e difilossi915
Furibonda, di cani a simiglianza
Che precorrendo i cacciator s’avventano
A ferito cinghial, desiderosi
Di farlo in brani: ma se quei repente
Di sua forza securo in lor converte920
L’orrido grifo, immantinente tutti
Dan volta e per terror piglian la fuga
Chi qua spersi, chi là: tali i Troiani
Inseguono attruppati il fuggitivo
Stuol, coll’aste il pungendo e colle spade.925
Ma come rivolgean fermi sul piede
Gli Aiaci il viso, di color cangiava
L’inseguente caterva, e non ardía
Niun farsi avanti, e disputar l’estinto,
Che di mezzo al conflitto audacemente930