Pagina:Iliade (Monti).djvu/487

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154 iliade v.14

Del Sol la luce abbandonato avría.
Ah! certo di Menézio il forte figlio15
Morì. Infelice! E pur gl’imposi io stesso
Che risospinta la nemica fiamma
Ritornasse alle navi, e con Ettorre
Cimentarsi in battaglia oso non fosse.
   In questo rio pensier l’aggiunse il figlio20
Di Nestore piangendo, e, Ohimè! gli disse,
Magnanimo Pelíde; una novella
Tristissima ti reco, e che nol fosse
Oh piacesse agli Dei! Giace Patróclo;
Sul cadavere nudo si combatte;25
Nudo; chè l’armi n’ha rapito Ettorre.
   Una negra a' que’ detti il ricoperse
Nube di duol; con ambedue le pugna
La cenere afferrò, giù per la testa
La sparse, e tutto ne bruttò il bel volto30
E la veste odorosa. Ei col gran corpo
In grande spazio nella polve steso
Giacea turbando colle man le chiome
E stracciandole a ciocche. Al suo lamento
Accorsero d’Achille e di Patróclo35
L’addolorate ancelle, e con alti urli
Si fêr dintorno al bellicoso eroe
Percotendosi il seno, e ciascheduna
Sentía mancarsi le ginocchia e il core.
Dall’altra parte Antíloco pietoso40
Lagrimando dirotto, e di cordoglio
Spezzato il petto rattenea d’Achille
Le terribili mani, onde col ferro
Non si squarciasse per furor la gola.
   Udì del figlio l’ululato orrendo45
La veneranda Teti che del mare
Sedea ne’ gorghi al vecchio padre accanto.