Pagina:Iliade (Monti).djvu/490

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
v.116 libro decimottavo 157

Fra le divine abitatrici, e stretto
Peléo si fosse a una mortal consorte!
Chè d’infinita angoscia il cor trafitto
Or non avresti pel morir d’un figlio
Che alle tue braccia nel paterno tetto120
Non tornerà più mai, poichè il dolore
Nè la vita nè d’uom più mi consente
La presenza soffrir, se prima Ettorre
Dalla mia lancia non cade trafitto,
E di Patróclo non mi paga il fio.125
   Figlio, nol dir (riprese lagrimando
La Dea), non dirlo, chè tua morte affretti:
Dopo quello d’Ettór pronto è il tuo fato.
   Lo sia (con forte gemito interruppe
L’addolorato eroe), si muoia, e tosto,130
Se giovar mi fu tolto il morto amico.
Ahi che lontano dalla patria terra
Il misero perì, desideroso
Del mio soccorso nella sua sciagura.
Or poichè il fato riveder mi vieta135
Di Ftia le care arene, ed io crudele
Nè Pátroclo aitai nè gli altri amici
De’ quai molti domò l’ettórea lancia,
Ma qui presso le navi inutil peso
Della terra mi seggo, io fra gli Achei140
Nel travaglio dell’armi il più possente,
Benchè me di parole altri pur vinca,
Pera nel cor de’ numi e de’ mortali
La discordia fatal, pera lo sdegno
Ch’anco il più saggio a inferocir costrigne,145
Che dolce più che miel le valorose
Anime investe come fumo e cresce.
Tal si fu l’ira che da te mi venne,
Agamennón. Ma su l’andate cose,