Pagina:Iliade (Monti).djvu/491

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158 iliade v.150

Benchè ne frema il cor, l’obblío si sparga,150
E l’alme in sen necessità ne domi.
Del caro capo l’uccisore Ettorre
Or si corra a trovar; poi quando a Giove
E agli altri Eterni piacerà mia morte,
Venga pur, ch’io l’accetto. Il forte Alcide,155
Dilettissimo a Giove e suo gran figlio,
Alcide stesso vi soggiacque, domo
Dalla Parca e dall’aspra ira di Giuno.
Così pur io, se fato ugual m’aspetta,
Estinto giacerò. Questo frattanto160
Tempo è di gloria. Sforzerò qualcuna
Delle spose di Dardano e di Troe
Ad asciugar con ambedue le mani
Giù per le guance delicate il pianto,
E a trar dal largo petto alti sospiri.165
Sappiano alfin che il braccio mio dall’armi
Abbastanza cessò; nè dalla pugna
Tu, madre, mi svïar, chè indarno il tenti.
   E a lui la Diva dall’argenteo piede:
Giusta, o figlio, è l’impresa e d’onor degna,170
Campar da scempio i travagliati amici.
Ma le tue scintillanti armi divine
Son fra’ Troiani, ed Ettore, quel fiero
Dell’elmo crollator, sen fregia il dosso,
E dell’incarco esulta. Ma fia breve,175
Lo spero, il suo gioir, chè negra al fianco
Già l’incalza la Parca. Or tu di Marte
Per anco non entrar nel rio tumulto,
Se tu qua pria venir non mi riveggia.
Verrò dimani al raggio mattutino,180
E recherotti io stessa una forbita
Bella armatura di Vulcan lavoro.
   Così detto, dal figlio alle sorelle