Pagina:Iliade (Monti).djvu/496

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v.320 libro decimottavo 163

Suo malgrado a calar nelle correnti320
Dell’Oceáno l’instancabil Sole.
Ei si sommerse, e dal crudel conflitto
Ebber tregua gli Achei. Dier posa all’armi
Di rincontro i Troiani; i corridori
Sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno325
Volger la mente, convocâr consiglio.
Ritti in piedi aprîr essi il parlamento;
Nè verun di sedersi ebbe fidanza,
Perchè d’Achille la comparsa orrenda
Facea loro tremar le vene e i polsi,330
Chè da lunga stagion ne’ lagrimosi
Campi di Marte non l’avean veduto.
Prese tra lor Polidamante il primo
A ragionar. Di Panto era costui
Prudente figlio, e de’ Troiani il solo335
Che le passate e le future cose
Al guardo avea presenti. Egli d’Ettorre
Era compagno, e una medesma notte
Li produsse ambedue, l’un di parole,
L’altro d’asta valente. Ei dunque in mezzo340
Con saggio avviso così tolse a dire:
   Librate, amici, la bisogna; ir dentro
Alla cittade, e tosto, è mio consiglio,
Senz’aspettar davanti a queste navi
L’alma luce del dì. Troppo siam lungi345
Qui dalle mura. Finchè l’ira in petto
Arse a questo guerrier contra l’Atride,
Più lieve er’anco il debellar gli Achivi,
Ed io pure vegliar godea le notti
Presso le navi, nella dolce speme350
D’occuparle. Or tremar fammi il Pelíde.
L’ardor che il mena non vorrà ristretto
Contenersi nel campo ove l’acheo