Pagina:Iliade (Monti).djvu/498

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v.388 libro decimottavo 165

E non vi noia ancor di quelle torri
La prigionia? Fu tempo in cui le genti
Di vario favellar tutte a una voce390
Dicean ricca di molto auro e di bronzo
La città prïameia. Or dalle case
Dileguârsi i tesori. Alle contrade
Dell’amena Meonia e della Frigia
Molta ricchezza ne passò venduta395
Da che l’ira di Giove i Teucri oppresse.
Ed or che Giove innanzi a questi legni
D’alta vittoria mi fe’ lieto, e diemmi
Che al mar chiudessi le falangi achee,
Non far palese, o stolto, ai cittadini400
Questo consiglio, chè nessuno avrai
Fra i Troiani sì vil che lo secondi,
Nè patirollo io mai. Teucri, obbediamo
Tutti al mio detto. Ristorate i corpi
Al suo posto ciascuno, e vi sovvegna405
Delle scolte per tutto e delle ronde.
Qualunque de’ Troiani in pensier stassi
Di sue ricchezze, le raguni, e poscia
Largo ai soldati le spartisca. È meglio
Che alcun nostro ne goda, e non l’Acheo.410
Sull’aurora dimani in tutto punto
Assalirem le navi: e se il divino
Achille all’armi si svegliò davvero,
Gli fia la pugna, se la vuol, funesta.
Non fuggirollo io, no, nell’affannoso415
Ballo di Marte, ma starogli a fronte
Con intrepido petto. Uno de’ due
D’un’illustre vittoria andrà superbo;
Il cimento è comune, ed avvien spesso
Che morte incontra chi di darla ha speme.420
   Disse, e i Teucri levâr d’applauso un grido.