Pagina:Iliade (Monti).djvu/499

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166 iliade v.422

Stolti! chè Palla avea lor tolto il senno.
Tutti assentîr d’Ettorre al pazzo avviso,
Nessuno al saggio del figliuol di Panto.
   Mentre col cibo a rivocar le forze425
Intendono i Troiani, in alti lai
L’intera notte dispendean gli Achivi
Sovra il morto Patróclo, e prorompea
Fra loro in pianti sospirosi Achille,
La man tremenda sul gelato petto430
Dell’amico ponendo, e cupi e spessi
I gemiti mettea, come talvolta
Ben chiomato lïone a cui rapío
Il cacciator nel bosco i lïoncini.
Crucciato il fiero del suo tardo arrivo,435
Tutta scorre la valle, e l’orme esplora
Del predator, se mai di ritrovarlo
In qualche lato gli rïesca; e orrenda
Gli divampa nel cor la rabbia e l’ira:
Tal si cruccia il Pelíde, e con profondi440
Sospiri in mezzo ai Mirmidóni esclama:
   Oh mie vane parole il dì ch’io diedi
A Menézio il conforto, e la promessa
Che in Opunta gli avrei carco di gloria
E di gran preda ricondotto il figlio445
Dall’atterrata Troia! Ahi che non tutti
Giove i disegni de’ mortali adempie!
Sotto Troia il destino ambo ne danna
A far vermiglia una medesma terra,
Chè me neppure abbraccerà tornato450
Il buon vecchio Peléo nel patrio tetto,
Nè Teti genitrice; ma sepolcro
Mi darà questo lido. Or poi che deggio
Dopo te, mio fedel, scender sotterra,
Tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro,455